14 Dicembre, 2017

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In piazza contro la mafia.


Chinnici, Cassarà, Impastato, Scaglione, Giuliano, Falcone, Borsellino.
Che cosa hanno in comune tutti questi cognomi?
Hanno in comune il fatto di essere stati degli autentici eroi.
Leggende.
Nel modo più onesto e assurdo possibile.
Eroi.


In un'epoca segnata da continui omicidi e stragi voluti dalla mafia e possibili in uno Stato assente.
Uno Stato indifferente verso i propri magistrati, poliziotti, investigatori, giornalisti e giudici.
Impotente perché non ha realmente lottato contro la mafia e contro l'illegalità e la disonestà, perché non ha urlato con voce abbastanza forte che “la mafia è una montagna di merda”.
Questi uomini, in quegli anni, sono stati lasciati soli di fronte al proprio destino. Sono stati, spesso, derisi e attaccati da chi invece avrebbe dovuto difenderli, da chi avrebbe dovuto combattere al loro fianco.

Oggi, nel 2017, ci pare impossibile compendere a pieno il perché di quei terribili fatti.

L'Italia, in quegli anni, è fortemente provata.
La Sicilia, in modo particolare, è ostaggio di Cosa Nostra.
Nel momento più buio, però, quando ogni strada pare impossibile, dopo tante sconfitte, dopo tante e tante morti, succede, finalmente, qualcosa.
Il Pool Antimafia di Palermo istruisce un Maxiprocesso per crimini di mafia.
Un Maxiprocesso ideato da Rocco Chinnici, ampliato da Antonino Caponetto, insieme a Giuseppe Falcone, a Paolo Borsellino, a Giuseppe di Lello.
Un Maxiprocesso iniziato il 10 febbraio 1986 e terminato il 30 gennaio 1992.
Un Maxiprocesso contro 475 imputati; i capi di Cosa Nostra, per la primissima volta, si ritrovano tutti, faccia a faccia, in una stanza.
Dopo anni e anni di battaglie, questo Maxiprocesso ha il sapore di una vittoria. Contro l'omertà. Contro l'indifferenza. Contro la paura. Contro il bigottismo. Contro la collusione e il collaborazionismo di chi ha definito la Mafia "solo uno stato d'animo".
Una vittoria, però, dal sapore amaro.
Falcone, in seguito, infatti, viene isolato e al comando del Pool viene designato Antonino Meli, salvo poi smantellare lo stesso Pool, impedendo di dare il colpo di grazia alla Mafia.
Dopo anni di continue accuse e tentati omicidi (come il fallito attentato dell'Addaura), Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della sua scorta vengono uccisi il 23 maggio 1992 a Capaci, da mille kg di tritolo posti sotto l'autostrada A29, in direzione Palermo, in un attentato vigliacco e surreale.
Meno di due mesi dopo, il 19 luglio 1992, in Via d'Amelio, Paolo Borsellino è, anch'egli, vittima di un attentato; una macchina, parcheggiata davanti casa della madre, imbottita di tritolo, esplode, uccidendo brutalmente il magistrato e cinque agenti della sua scorta.
Una morte annunciata, ancora una volta.
Una morte di cui è complice chiunque lo abbia deriso e si sia voltato dall'altra parte e non ci abbia creduto abbastanza e non abbia lottato e sia rimasto, in silenzio, ad osservare e a giudicare.
Una morte di cui siamo colpevoli tutti perché non abbiamo saputo proteggere questi uomini, semplici uomini, incaricati di fare la cosa più difficile: la cosa giusta.
Noi, però, oggi, siamo qui.
Siamo qui per dire che gli uomini sono solo uomini e come tali, possono sbagliare.

Ma non oggi, non qui.

Noi, oggi, scegliamo di esserci.

Per gridarlo al mondo, per gridare forte che noi non dimentichiamo.

Noi scegliamo, come loro, di fare la cosa giusta.

Emanuele Betti, II C Olivetti.

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