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Palazzo degli Studi


Convitto nolfi
Provincia di Pesaro e Urbino
Relazione di Della Chiara Monica – luglio 2005
PALAZZO DEGLI STUDI – EX COLLEGIO CONVITTO NOLFI
Con questo lavoro preliminare si intende mettere in luce le vicende storiche relative al Palazzo degli Studi – ex Collegio Convitto Nolfi – in passato residenza della famiglia Petrucci di Fano e all’affresco della sala al primo piano.
Convitto nolfi
Provincia di Pesaro e Urbino
Relazione di Della Chiara Monica – luglio 2005

 

PALAZZO DEGLI STUDI
EX COLLEGIO CONVITTO NOLFI

 

Con questo lavoro preliminare si intende mettere in luce le vicende storiche relative al Palazzo degli Studi – ex Collegio Convitto Nolfi – in passato residenza della famiglia Petrucci di Fano e all’affresco della sala al primo piano.
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Analisi Preliminare


Palazzo degli Studi - 1627 circa - Arch. Padre Serafino
La struttura attuale del palazzo sito in via Nolfi ha pianta quadrangolare regolare con sviluppo di corte interna.
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Lo stato attuale conserva il restauro del 1874 dell’Ing. E. De Polena e dell’Ing. F. Francolini, con intonaci che coprono la facciata originaria in mattoni a vista, la sopraelevazione del torrino e il restauro delle coperture e del sottotetto con tavolato continuo e decorato, in sostituzione delle precedenti mensole lignee.
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L'attuale copertura è a padiglione con struttura in capriate e travi lignee.
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La facciata sulla via De Petrucci ha conservato loriginaria struttura con mattoni a vista e il portale in pietra arenaria decorato a bugne, attuale ingresso dellistituto scolastico.

Analisi Storico stilistica

 

Il Palazzo degli Studi è caratterizzato da numerose vicende che nel corso degli anni segnarono tappe importanti per la storia della città di Fano.

Il complesso dell’edificio era originariamente il Palazzo Petrucci, residenza della nobile famiglia fanese.

L’opera del Bertozzi illustra molto chiaramente l’ultimo ramo della famiglia Petrucci: dall’unione del 1590 tra Faustina di Pietro Martinozzi  e Pier Angelo Petrucci nascono quattro figli – Laura in sposa a Ludovico Diotallevi, Pietro che sposerà Elisabetta Manasangui, Piera “Item Piera sua figlia legittima Abbadessa di San Daniele di Fano”, Taddea in sposa a Francesco d’Alessandro Pilji di Fano” –

Con Pietro, l’unico discendente maschio, si conclude l’ultimo ramo della famiglia Petrucci il quale, considerata la mancanza di eredi legittimi, deciderà di affidare tutti i suoi beni mobili e immobili ai padri della Compagnia del Gesù, in cambio che sia istituito all’interno della sua abitazione un collegio a beneficio della città di Fano.

In realtà già dal 1564 si diffuse l’idea di fondare a Fano un collegio gesuitico per volontà del gesuita Annibale Firmani e del nobile Antonio Petrucci: “Circa a questo tempo viveva in concetto d’Uomo Santo Annibale Fermani da Fano; questo professando l’Istituto del Patriarca S. Ignazio di Loyola, tanto adoperassi nel presente anno 1564 presso il Consiglio, perché fosse introdotta in città la Compagnia di Gesù, che con le sue insinuazioni e colla mediazione del cardinale S. Carlo Borromeo condiscese la città alle premurose istanze del buon Servo di Dio, accalorate con replicate lettere e poscia colla viva voce di quel Porporato. Passando poi il Santo Arcivescovo per Fano negli ultimi giorni di Aprile per portarsi in Milano, fu incontrato presso al Ponte Metauro da Antonio Petrucci vestito di abiti laceri e da mendico (appunto perché il Santo amava ardentemente la conversazione de’ poverelli di Gesù Cristo) e presentatosi a lui, l’invitò a albergare in sua casa, dove giunto il Cardinale Carlo, trattò secolui l’introduzione della Compagnia del Gesù in città, ed obbligassi coll’approvazione di quel Santo Porporato d’istituire di tutto il suo patrimonio eredi i Padri della Compagnia qual’ora terminar dovesse per mancanza de’ figliuoli la sua discendenza. (…)

La grande dedizione alla cultura e all’arte, l’inclinazione alla promozione e diffusione del sapere, l’amore per la propria città e i valori spirituali erano le principali caratteristiche della famiglia Petrucci, ma solo con la figura di Pietro si vede finalmente esaudito quel desiderio tramandato da generazioni.

Nel 1647 in seguito alla morte della moglie Elisabetta Manasangui, Pietro decise di prendere gli ordini sacri, forse ispirato dalla figura di San Carlo Borromeo e dalla vocazione nei suoi riguardi del suo antenato Antonio.

Il 25 novembre del 1659, a due anni dalla morte e ormai senza prole Pietro Petrucci decide di scrivere il suo testamento: “al presente per gratia del Signor Iddio se ritrova sano di corpo, mente, udire et intelletto, benché infermo di vista, sapendo di essere mortale, volendo provvedere alle cose sue et disporre di quella facoltà che dal Signor Iddio gli sono state concesse in questo Mondo per Sua sola bontà come anco per incontrare la buona volontà dei suoi antenati et per evitare dopo la sua morte le liti et le differenze che potessero nascere in proposito di quel che si possiede ha risoluto di fare, come fa al presente, questo suo ultimo testamento.

(…) Item tutti li suoi beni mobili e stabili e proprii et enphiteotici et semoventi, ragioni et attieni presenti et d’avvenire pleno iure et in ogni migliore et più valido modo istituisce et dichiara, nomina di sua propria bocca et vuole che siano suoi eredi proprietari et universali la sempre venerabile Religione et Compagnia del Gesù fondata dal glorioso Padre S. Ignazio Lojola et Padri di quella, con questo fine, patto e conditione cioè che con l’altre entrate che gode essa Religione et li Padri di quella in questa Città di Fano debbano venire ad aiutare la sua Patria et fondarvi un Collegio con la scuola per istruire et ammaestrare la gioventù nell’amore di Dio et nell’altre virtù et buone creanze come fanno con tanto frutto in altri luoghi della Cristianità. (…)”

Dal suo testamento trapela benevolenza e generosità tali da dedicare alcuni lasciti anche ai suoi servi e non meno importante, emerge la sua figura di vero mecenate d’arte, considerando la gran quantità di opere pittoriche, (del Reni, Perugino, Guerrieri, Luffoli, Garbieri) la collezione libraria, le numerose cartine geografiche e piante delle principali città europee centri di cultura.

Non manca inoltre di sottolineare l’inalienabilità di dette opere e il dovere di lasciarle con rispetto e cura nel loro luogo d’origine, per la migliore fruibilità di quel pubblico giovane ed erudito che di li a poco avrebbe trasformato la sua residenza in luogo di studio, come da sua volontà.

Nell’inventario dello stesso testamento elenca una serie di pregevoli dipinti due dei quali affreschi: “La Stanza della volta dipinta dal Sig. Begni

Una lettiera in noce con la corona pure di noce e con fogliami dorati (…) un quadro di Guido reni con un bambino nudo che tiene un uccello legato con un filo con cornigi dorate (...)

Nella Camera vicina alla sala che fa da cantone a San Pietro

Quadri

Uno di Sansone con Dalila che son figure intere ma meno del naturale. Opera del Luffoli con cornigi di riporti intagliate negre e d’oro con taffettà rosso da coprirlo.

Uno di San Pietro con l’ancilla ostiaria meno di mezza figura con cornigi dorate. Opera di Francesco Guerrieri

Uno di una testa di Cristo fatta per l’Ecce Homo ossia mezzo coperta di cristallo con cornigi dorate. Opera di Lorenzo Garbieri bolognese

Uno specchio ottangolo con cornigi di pero negro, dentro è dipinto un vaso di diversi fiori. Opera di Giò Battista Giavarotti

Un quadretto piccolo bislungo con dentro la figura del santissimo sudario con calco sopra a cornigi intagliate e tutte dorate (…)

Un fregio attorno a detta stanza pittura di Gian Giacomo Pandolfi dove si rappresentano alcune istorie del testamento vecchio distinto in dieci pezzi (…)

Contemporaneamente Fano è teatro di altre vicende e lasciti ereditari finalizzati allo sviluppo della cultura. Stiamo parlando del Collegio Nolfi, (spesso confuso con il Palazzo de’ Petrucci)  voluto da Guido Nolfi anche lui nobile mecenate fanese.

Nel novembre del 1627 “per gli atti di Belli Notajo di Roma, dove morì il suddetto Guido, il quale con suo testamento in benefizio della Propria Patria, ordinò l’istituzione d’un collegio, che dal suo casato assunse il nome di Nolfi, coll’averli assegnato un fondo di 30.000 scudi e perché le sostanze di esso non erano bastevoli a costituire il capitale da lui voluto per l’assegnamento del collegio, Vincenzo Nolfi suo erede col testamento rogato da Paolo Bagni Notajo di Fano nel 1665 ne compiè la somma, col deputare esecutori della sua ultima volontà il Cavaliere Claudio Gabuccini e Camillo Boccacci, i quali nel 1672 da Clemente VIII riportarono la Bolla per detta erezione. (…) Che dodici debbano essere gli alunni, tutti nobili della città e in loro difetto dovranno essere cittadini o benestanti del Contado.(…)

Gode il Collegio Nolfi non solo tutti i privilegi tanto in spirituale quanto in temporale, che per uso, indulto o in altro modo godono gli altri collegi per concessione speciale fattale da Clemente VIII ma ancora la facoltà di conferire la laurea dottorale nelle scienze Canoniche, Civili, Teologiche, Mediche, Filosofiche”.(…)

Così, in seguito a quel testamento, nel 1680 si aprì il Collegio Nolfi che tra varie vicende e sempre con incerto destino, vuoi per gli stenti che caratterizzavano la storia economica della città, vuoi per il diverso volere tra coloro che nel susseguirsi degli anni ne presero la gestione, passò nel 1831 sotto la direzione dei padri gesuiti.

Il Vescovo Monsignore Serarcangeli ordinò che le cattedre di Umanità e Retorica venissero soppresse e che “li collegiali ed altri che frequentavano quelle scuole dovessero andare a quelle dei Padri Gesuiti, della Compagnia del Gesù”

Fino al 1833 il Collegio rimase chiuso e inattivo e nel 1850 fu riaperto e nominato Liceo Nolfi (per questo motivo che venne sempre confuso con il primo Collegio Nolfi) ma solo 10 anni dopo, in seguito al decreto Valerio – Regio Commissario per le Marche – passò a proprietà del Comune e venne fondato il Collegio Convitto Nazionale Nolfi e un Istituto scolastico con scuole tecniche, ginnasio, liceo, frequentato da 130 giovani studenti.

Attualmente dell’originaria residenza della famiglia Petrucci non si riconosce molto, o meglio, non ci è dato sapere quanto del vecchio edificio sia ancora conservato. Ciò che è certezza è che la chiesa annessa – Sant’Ignazio – fu completamente demolita per far posto a nuove aule studio dopo il massiccio restauro del 1874.

Una serie di turbolente vicissitudini sembravano caratterizzare gli Istituti scolastici di Fano e, per un motivo o per l’altro, non si riusciva ad esaudire la volontà dei testatori (Petrucci da un lato e Nolfi dall’altro)

I Padri della Compagnia del Gesù non hanno mai avuto facile destino e una serena convivenza con i fanesi: la città a causa della profonda crisi economica e della continua precarietà riteneva che i PP fossero divenuti troppo ricchi in seguito ai numerosi beni acquisiti dai vari lasciti e i principali responsabili del fallimento del Collegio Nolfi.

Con grande probabilità l’edificio in analisi risale a prima del 1627, nonostante non appaiano grande notizie, né sulla famiglia Petrucci e tanto meno sulla loro residenza.

Dai manoscritti del Bertozzi e dall’albero genealogico della famiglia Petrucci risulta che Pietro Petrucci sia nato nel 1616 e che i genitori Pietrangelo e Faustina Martinozzi si siano sposati nel 1590.

Le uniche date certe, considerando che provengono dai libri parrocchiali dell’Archivio Storico Diocesano di Fano, si riferiscono alla data di registrazione del decesso di Pietrangelo – 16 febbraio 1641 all’età di 90 anni – e del decesso della moglie – 18 aprile 1635 all’età di 82 anni –

Da qui risaliamo alla data di nascita: 1551 per Pietrangelo e 1553 per la moglie. Chiara è a questo punto la evidente incongruenza con la nascita di Pietro, a circa 65 anni per il padre e 63 per la madre.

Improbabile anche la data del matrimonio dei signori Petrucci a circa 40 anni di età, ma su questo non abbiamo nessun altro documento da confrontare.

Nei libri parrocchiali di san Cristoforo il parroco registra “Addì 22 maggio 1647 morì la signora Elisabetta Manasangui moglie del signor Pietro Petrucci dopoi haver ricevuto tutti li sacramenti d’ettà d’anni 66(…)

A circa 66 anni Pietro perde la moglie e ciò fa presupporre che la data di nascita si aggira intorno al 1581, e da questo la seconda incongruenza con la data del matrimonio dei genitori (1590)

Il signor Pietrangelo nel 1598 roga il suo primo testamento – Notaio Battisti Astolfo Vol XX Pag. 32 – dove purtroppo non fa menzione alla casa di residenza della famiglia ma, lasciando tutto alla moglie Faustina e al figlio Pietro, sottolinea che il figlio doveva vivere nella stessa casa fino almeno 25 anni d’età e la madre fino alla sua morte.

Non risultano né descrizioni né inventari dal testamento e nessuna menzione della residenza nemmeno dal Catasto di Fano, ma con ogni probabilità l’edificio in questione risale a prima del 1627, nonostante fino ad ora sia l’unica data comparsa dai racconti dell’Amiani, ma non ci è dato sapere se è la data di costruzione o di un restauro.

A far presupporre questa teoria è l’analisi che ne è derivata dallo studio dell’affresco ritrovato al piano nobile dell’antica abitazione, poco lontano dalla scala che porta ai piani superiori.

Si tratta di un fregio che decorava a circa metà altezza tutto il perimetro della sala, dai frammenti ancora visibili in tre lati – parete nord ovest, sud ovest e sud est –

Durante la prima fase dei lavori di restauro, in concomitanza con il restauro architettonico e strutturale dell’edificio si sono ritrovati altri affreschi che ripetono il linguaggio espressivo dei dipinti nella sala affrescata. Si tratta dello stesso ciclo di affreschi, in continuità sia dal punto di vista stilistico sia dalla posizione dei diversi frammenti: si trovano infatti alla stessa altezza, in prossimità delle lunette nel solaio del corridoio. Sicuramente alcuni frammenti sono andati persi in seguito alle massicce demolizioni e alle numerose opere di restauro poco conservative che l’edificio subì durante il corso dei secoli, quando la necessità principale non era sicuramente salvaguardare un pregiato ciclo pittorico ma far posto a nuove aule scolastiche. Da questa prima analisi è facile dedurre a questo punto che il fregio girava su tutti quattro i lati di una grande sala che, prima delle numerose demolizioni, comprendeva anche parte dell’attuale corridoio.

Nella sala, la parte meglio conservata è lungo il lato nord-ovest. Il fregio racconta, diviso in varie parti, una veduta paesaggistica di una città, una scena marittima con imbarcazioni tipiche di quel periodo e una pianta di città cinta da mura, particolare per i suoi minuziosi dettagli e per la prospettica veduta a volo d’uccello.

Ogni scena è intervallata da una ricca scelta di temi figurativi tipici dell’ultima maniera cinquecentesca: putti, vasi decorati, teste leonine, elementi architettonici, cornici e cariatidi che ci fanno pensare a uno sviluppo in altezza almeno del doppio considerato che sono conservate solo la metà inferiore delle figure.

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Evidente è il legame con l’arte della decorazione di maioliche nei vasi che fungono da piedistallo alle cariatidi, così come altri elementi tipici del manierismo metaurense, come le teste leonine e le capigliature finemente decorate. I visi femminili di chiara matrice classica sono molto vicini stilisticamente alle sibille della Sala Paolina di Castel Sant’Angelo di Pierin Del Vaga e dell’Episcopi, sia per i tratti raffinati ed eleganti, di derivazione classica, sia per la cura descrittiva delle capigliature impreziosite da monili e pietre preziose.

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Un ulteriore parallelismo con la stessa scuola spicca dal cornicione decorato a foglie che separa il piano dell’osservatore da quello illusionistico delle vedute paesaggistiche. Nonostante sia meno definito nei particolari richiama in qualche modo la cornice dello Stemma di Guidobaldo II Della Rovere di Taddeo Zuccari.

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Articolo tratto da: www.beniculturali.provincia.ps.it